Il meraviglioso “San Francesco ” opera di Caravaggio

SAN FRANCESCO IN ESTASI, SECONDO CARAVAGGIO

San Francesco in Estasi, Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1594-95, Wadsworth Museu

Sullo sfumare della notte nel giorno, in un’atmosfera sottilmente spirituale, un’aura soffusa generata dalla luna richiama due figure dall’oscurità, conferendo loro consistenza reale.

Un fanciullo alato, dal volto assorto e le gote rosee, con una forza leggera sostiene un uomo in habitus francescano appena svenuto.

È San Francesco d’assisi: sul monte della Verna ha appena ricevuto le stigmate, è in uno stato di estasi.

La sua intensa passione è puramente interiore: l’unico segno visibile è il taglio appena accennato sul costato, su cui la mano destra quasi molle pone l’accento, a cui punta l’unico occhio socchiuso.

Caravaggio ritrae il santo in un’atmosfera al confine tra reale e surreale con un espressione di pathos assoluto non categorizzabile in dolore o piacere estatico:

la sofferenza fisica è esaltata dalla gioia della assimilazione a Cristo, come lui Francesco si fa carico della Passione per amore dell’uomo, è in rapporto diretto col Salvatore. Umano, troppo umano.

L’iconografia è tipica del clima Controriformista in cui Caravaggio si trova ad operare, sul finire del XVI secolo, a Roma, su committenza di Francesco Maria del Monte.

La scena è ripresa dalla biografia di un confratello di Francesco, Leone (che avrebbe assistito alla scena), e dalla narrazione che ne fa San Bonaventura.

Per quanto molti celebri precedenti abbiano affrontato il soggetto, da Giotto nel 1290 a Bellini nel 1480, Caravaggio resta impareggiabile per la resa dell’intimità e della purezza spirituale della scena.

Per di più l’umiltà, virtù francescana per antonomasia, è già in sintonia con la poetica di un Caravaggio giovanissimo, che farà discutere in futuro per aver ritratto santi come accattoni e Madonne come prostitute.

Come frequente, il Merisi non ritrae l’accadimento stesso ma cattura con esattezza l’istante successivo alla manifestazione della magnificenza divina – secondo Frate Leone, Gesù stesso appare a Francesco:

“Gesù, di una bellezza soprannaturale, gli parla; immediatamente rivoli di fuoco e fiamme fiottano dalle Sue stimmate, con una lancia ferisce petto e mani a Francesco: egli geme ad un tempo di gioia e dolore e accoglie l’immagine di Cristo, che svanisce in lui in fulgido splendore e afflizione”.

Per molti, nell’umile San Francesco si vedono i tratti del cardinal Del Monte stesso, destinatario dell’opera.

Verosimile è l’identità del giovane con il cupido dei “Musici” e ancor più col fanciullo che subisce la beffa ne “i Bari”, ambedue appartenenti allo stesso periodo romano (1594-95).

A cura di: Gianmarco Bellucci

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